Note di un tano (napoletano) sul Tango

Note di un tano (napoletano) sul Tango

Notas (Gotan Project)

Africanos en las pampas argentinas

Toques y llamada de tambores

Candombe, tango

Un gaucho y una guitarra

La payada milonguera y el fantasma de la indiada

China, cebame un mate

Tango

Marineros, inmigrantes

Bandoneón, violín y flauta

Habanera, canzoneta de los tanos

Piano, piano, nació el tango

Nació el baile compadrito y orillero

Guapo, futurista y nostalgioso

Mestizaje de europeos, negros, indios

En el Río de la Plata, hace mucho

No se sabe justo cuándo

Un buen día nació el Tango


Notas è una Canzone dei “Gotan project”. Uno dei primi gruppi musicali a mescolare il tango con basi ritmiche tipiche della musica elettronica e house. Vale a dire bandoneón, campionatori e drum machine.

Gotan è la stessa cosa che dire Tango, ma a sillabe invertite. 

Io penso ci sia un po’ tutto quello che “tango” significa in queste poche strofe. O per lo meno c’è l’essenziale. Che poi è quello che fa spesso la poesia: condensa, distilla, emana un profumo, rende l’idea. 

Spiega senza dire molto. Nel caso del tango, in realtà, ci sarebbe  una enorme quantità di cose da dire. Ci sono tante domande ancora senza risposta. Ad esempio: “È veramente solo un ballo? È imparentato con la  poesia grazie alla sua lingua e il suo linguaggio? È da considerarsi più una metafora della relazione di coppia o, piuttosto, dell’esistenza stessa?

Chi lo sa! Non è un caso se esiste già una moltitudine di poeti, scrittori, intellettuali, e quant’altro che hanno sentito e sentono la necessità di parlare e scrivere “acerca”, circa e intorno al Tango.

Allora, ho pensato di diluire i concetti espressi in questo testo a modo mio, aggiungendo la mia percezione, il mio punto di vista su questo argomento, anche se parziale e limitato. 

Per diluire una sostanza, in chimica normalmente si usa l’acqua e nel processo di diluizione cambia il volume della soluzione e la concentrazione della stessa ma rimangono invariate le moli di soluto. Qui si tratta di diluire la sostanza poetica senza per questo scadere troppo nella prosa.

Mi pare giusto, quindi. Perché tutto nasce dall’acqua, lo sappiamo bene. In effetti, se io dovessi raccontare il tango argentino, allora sarei tentato di iniziare con una frase ad effetto come questa: 

“In principio era il mate…”

Il mate è un infusione preparata con le foglie di erba, o meglio la yerba, che provengono da una regione del Sud America situata tra Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile. In tutti questi paesi è la bevanda più comune e diffusa. Ecco, se c’è una cosa che unisce tutti gli argentini,  forse anche più del tango quello è il mate. Anzi, ci sarebbe da domandarsi “È nato prima il mate o il popolo argentino?”

Risposta piuttosto scontata, il mate c’era anche prima. La tradizione della preparazione del mate è stata appresa dai colonizzatori spagnoli dagli indios guaraní. Solo che gli indigeni la bevevano fredda. I soldati spagnoli, che avevano l’abitudine del tè, hanno preso l’erba, messo la bombilla e aggiunto l’acqua calda. In altre parole, fecero la classica scoperta dell’acqua calda.

È l’acqua, quella del mate che insieme a quella dei fiumi scorre, dalle missioni al Rio Uruguay, dalle Ande al Río Paraná fino a…. 

Prima strofa: “africani nella Pampa Argentina”. Dove sono questi afro-latini? Che fine hanno fatto? C’è chi dice siano stati oggetto di genocidio. Non sarebbe una novità. Sappiamo bene però che sì, che ci sono stati gli schiavi, sia  in Argentina che in Uruguay, come in tutto il nuovo mondo del resto, ma poi sono inspiegabilmente spariti da questa regione come molte tribù di indios. Però hanno lasciato le loro “huellas”, le loro orme, nel Tango: il candombe

Il Candombe era, originariamente una danza drammatica e religiosa ed è quanto sopravvive di un’eredità ancestrale di origine Bantù, portata dagli schiavi negri nel Rio de la Plata.  Anime doloranti, che serbavano

inguaribili nostalgie della terra natia. Nell’epoca coloniale, gli africani appena arrivati davano ai loro tamburi il nome di tangò.

Seconda strofa: il gaucho e la sua chitarra a guidare mandrie su e giù per la sterminata pampa. Sempre al servizio di qualcuno e pur sempre libero e ribelle.  Le boleadoras, il coltello, Il canto improvvisato e le danze tra soli maschi, el asado. Il mate. L’acqua calda di questa bevanda rimane nei residui della yerba abbandonati nel “campo” e va a depositarsi nelle acque dei fiumi Paraná e Uruguay e trascina con sé sedimenti di cultura ancestrale, gaucha e criolla  fino all’estuario del Rio de la Plata. Qui, la cultura india, o meglio il suo fantasma, deve essere scivolata in quella gaucha, quella gaucha carambolata nella milonga, nella habanera e infine nel tango.

Payada, Milonga,  indiada, cebame un mate. China, per dire ragazza dagli occhi a mandorla.

Che parole sono? Che lingua è? Strani verbi, sconosciuti sostantivi, inqualificabili aggettivi e assurdi vocaboli a sillabe invertite  presi da lingue diverse e dai vari dialetti degli immigrati italiani. Si compone così questo argot, un gergo spagnolo, si fa per dire, che si parla a Buenos Aires.  In ogni caso, non è propriamente il dialetto porteño, ma è piuttosto, in una visione più estesa, rioplatense. È Lunfardo. Di fatto, la lingua del Tango e più precisamente, del tango-canción.

Terza strofa: Marinai e immigrati. Immigrati, primi fra tutti, “los tanos”. Questo dispregiativo ‘tanos’ usato dai creoli per additare gli italiani, in realtà è il diminutivo  di napolitanos. E già, perché sè è vero com’è vero che i Messicani discendono da Maya e Azteca, che i peruviani e Boliviani dall’Inca, gli argentini, per lo più, “discendono” -decisamente- dalle navi.

Compadres, guapos o gente ordinaria, arrabaleros.  Oppure triste e malinconica umanità, sconfitta e indurita dalla vita, dal lavoro pesante e dalla lontananza dalla terra d’origine la cui unica consolazione è la musica, il canto, il ballo.  Non per niente Discépolo diceva che “il tango è un pensiero triste che si balla”. Anche gli strumenti vengono da lontano, soprattutto il bandoneon, arrivato non si bene come né quando dalla Germania. E così, mescolando quello c’era e quello che continuava ad arrivare,  come la habanera cubana e la canzone napoletana, a poco a poco, piano piano nacque il tango.

Quarta strofa:  Nasce così il ballo del popolo della città bassa o degli abitanti della periferia della città.  Un tizio vanitoso, presuntuoso, gente di mala vita dei sobborghi di Buenos Aires. È un guappo, futurista e nostalgico. È la danza che serve per superare le difficoltà dell’integrazione e far trovare un’identità a questo miscuglio di europei, creoli, gauchos, negri e Indios. Il tango nasce proprio per capirsi, per farsi capire. Sì può ballare solo se c’è immediata intesa, complicità totale e maliziosa, intuito, istinto, se si capisce il suo linguaggio, quello dell’abbraccio, “el idioma del brazo”.

Diversità, quindi e diversità vuol dire ricchezza. Ricchezza che si esprime anche nella infinità varietà di passi e nell’alternarsi di cortes (pause di sospensione) y quebradas (equilibri continui). Ricchezza poetica e di immaginazione. Ogni canzone è un piccolo affresco fatto di tinte nostalgiche, malinconiche, tristi giocate sul filo del tempo andato, dell’amore perduto, dei luoghi della passata gioventù, dell’incerto futuro e via dicendo.

Quinta strofa: In principio era il mate e tutta quell’acqua che continua a scorrere dalle Ande all’Atlantico bagnando  immense praterie assolate, las pampas. Raccoglie, sedimenta, deposita e poi trasporta tutto, alimentando un fiume di cultura,  sfociando nell’oceano in un delta immenso, in un estuario che somiglia piuttosto a un pezzo di mare. Incubo dei geografi, meraviglia per gli idrologi.  Lungo le “orillas”, le sponde del Rio della Plata che tutto accumula e rimescola, da tempo, non si sa bene esattamente quando, un bel giorno nacque il tango.

“Notas de un tano sobre el Tango”  Editor #Adolfo de Luca per #Novara#Partenopea


Lascia un commento